Valgerola e Valtellina partigiane: Gek e la Brigata Rosselli
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La Resistenza ebbe un ruolo chiave, in Valtellina: lo testimoniano le memorie di Federigo Giordano, altrimenti noto come “comandante Gek”, vice-commissario della Brigata Rosselli.

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Storie di coraggio, di stenti, di collaborazioni ma anche di tradimenti ebbero come ambientazione proprio queste montagne e queste valli, anche quando l’inverno avrebbe potuto e dovuto por fine a ogni tentativo di resistenza (e Resistenza).

Ma come rinunciare a combattere, quando c’è il gioco la libertà del Paese?

Nel settembre del 1943, con la formazione del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale), l’Italia si ritrovò a prendere in mano il proprio destino contro l’occupazione nazifascista: questo segnò l’esordio della Resistenza italiana in quelle regioni che erano state occupate dai tedeschi. In tutto il Nord e Centro Italia gruppi di partigiani si organizzarono in brigate e formazioni, cercando di sorprendere i nazifascisti con ripetuti attacchi a sorpresa. Tra questi figurava la 55ª Brigata Garibaldi “Fratelli Rosselli”.

La Brigata Fratelli Rosselli nacque tra l’ottobre del 1943 (un mese dopo l’armistizio di Cassibile) e il giugno del 1944, operando nelle zone della Valsassina e della Bassa Valtellina, quindi anche della Valgerola. La Brigata poteva contare sul vice-commissario Federigo Giordano, soprannominato “comandante Gek”, tuttora in vita (del quale è stato recentemente pubblicato il libro Le memorie del comandante “Gek”, pubblicato da Cattaneo Editore), che all’epoca della nascita del CLN si era da poco iscritto al Politecnico di Milano. L’anno 1943 cambiò per sempre la sua vita (alcuni membri della sua famiglia, di origini ebree, vennero deportati): in autunno, proprio in Valgerola (luogo che conosceva molto bene, dato che ci aveva trascorso le vacanze estive), venne arrestato dalle SS perché sospettato di essere un antifascista, salvo poi essere rilasciato. Altri prigionieri non ebbero la sua stessa fortuna: altri sospetti, infatti, vennero inviati in Germania.

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Dopo questo episodio, Gek raggiunse i partigiani dell’Emilia-Romagna, nei pressi di Rimini, dove i tedeschi stavano organizzando una linea difensiva. Ma, avendo notizia di una resistenza organizzata nel Nord Italia, decise di ritornare in Valtellina, aggregandosi proprio agli uomini della Brigata Rosselli.

Iniziò quindi la sua avventura di partigiano, fatta di stenti e di contraddizioni (non mancavano gruppi di partigiani che collaboravano con i fascisti), una realtà dove non importava il tuo schieramento politico, perché il nemico era lo stesso per tutti.

Le operazioni “mordi e fuggi” dei partigiani valtellinesi ebbero così successo che, nell’autunno del 1944, i nazifascisti decisero di ribattere con una serie di rastrellamenti: numerosi civili vennero arrestati, i ribelli catturati e/o uccisi, altri addirittura deportati nei campi di concentramento tedeschi (come Iginio Manni, del quale abbiamo già raccontato). Poi, con l’arrivo dell’inverno, per le brigate fu ancora più complicato resistere a causa del freddo pungente delle montagne, marciando tra le tormente di neve e cibandosi quasi esclusivamente del formaggio che maturava all’interno delle baite.

Durante uno di questi rastrellamenti nazifascisti fu proprio il padre di Gek, professore del Politecnico, a impedire che venissero incendiate alcune abitazioni di Gerola Alta. Purtroppo sapere che il figlio era in costante pericolo minò la sua salute, fino a che un malore non lo condusse alla morte. Gek all’epoca si trovava nella vicina Val Albaredo e, saputo di ciò, si precipitò a Gerola: purtroppo non poté partecipare al funerale del padre, occasione che avrebbe permesso ai nazifascisti di catturarlo. Era il periodo natalizio.

Ciononostante, la Resistenza non demordeva. Nemmeno dopo il proclama Alexander, pronunciato nel novembre del 1944 dal feldmaresciallo inglese Harold Alexander, secondo il quale i partigiani del Nord Italia avrebbero dovuto ritirarsi a causa dell’inverno montano. Inoltre alcuni comandi partigiani scelsero di espatriare in Svizzera, ma altri invece proseguirono la guerra di liberazione, specialmente colori che sapevano muoversi in sci e racchette da neve: i reparti vennero quindi riorganizzati e dalla Brigata Rosselli nacque la 89ª Brigata Mina. Lo dimostra, tra gli altri interventi, l’occupazione notturna della stazione ferroviaria di Cosio Valtellino.

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Con l’arrivo della primavera, arrivarono anche gli Alleati: tra il 15 e il 20 aprile 1945, infatti, si diffuse tra i partigiani valtellinesi la notizia che erano riusciti a sfondare la linea gotica. Con gli ultimi attacchi da parte della Resistenza, i reparti fascisti, rinchiusi nelle caserme, compresero che, ormai, era finita. Lo stesso comandante Gek si presentò davanti al cancello dell’edificio scolastico di Morbegno, dove i fascisti si erano rifugiati, e li convinse alla resa. Dopo la resa di Morbegno venne quella di Sondrio, poi tutto il Nord Italia poté dichiararsi liberato.

Ma conquistare la libertà porta spesso a compiere azioni “grigie”, ambigue, anche violente, specialmente quando il cuore degli uomini è afflitto da continui soprusi. Lo dimostra la fine di Mussolini e della sua amante “Claretta”, imprevista ma non così imprevedibile. Lo stesso comandante Gek aveva ricevuto l’ordine di predisporre a Mussolini e ad altre tre-quattro persone non precisate un rifugio adatto, che avrebbe dovuto essere una baita della Valgerola, in località Picco, sotto il torrione di Tronella.

La storia, però, terminò diversamente. Una storia che, infine, portò al Referendum e alla proclamazione della Repubblica. Una storia che, senza i partigiani, sarebbe potuta finire diversamente.

 

✏️ Scritto da Vanessa Maran,
il 19/05/2017.

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