È soprattutto grazie alla comunità della Valgerola (i “Giaröi“) se al giorno d’oggi la valle continua ad essere valorizzata al meglio: non solo per quanto riguarda i suoi paesaggi, le sue cime, i suoi animali, ma specialmente per la sua storia e le sue tradizioni.
La cultura di questa terra affonda le sue radici in tempi antichi: a testimoniarlo sono, ad esempio, la leggenda dell’Homo Selvadego (una sorta di “buon selvaggio” della valle) e alcune usanze legate al culto dei morti, che rappresentano tutto ciò che rimane di un lontanissimo passato pagano. Un passato che, purtroppo, tende a scomparire e che in parte è già sparito, ma quello che rimane è ancora vivo nella mente e nel cuore dei valgerolesi, nonché nei visitatori che hanno imparato ad amare questa valle. Inoltre, grazie a realtà come l’Ecomuseo della Valgerola, è stata intrapresa un’operazione di valorizzazione del territorio che continua tuttora.
 

 

Comunità e stile di vita

Per scoprire gli angoli più tipici della Valgerola, il borgo di Gerola Alta è sicuramente un buon punto di partenza: nel suo centro caratteristico, infatti, è possibile visitare gli ambienti tradizionali di un’epoca non poi così lontana dalla nostra. Durante le vostre passeggiate (quando non sarete impegnati in un’escursione alla scoperta degli alpeggi) potrete ammirare un classico mulino o una stalla, per non parlare della tipica casa rurale valgerolese (nella frazione di Castello). Quest’abitazione riassume perfettamente gli usi e i costumi della valle: al piano terra, infatti, troviamo un’area dedicata interamente alla produzione del formaggio (una delle attività più rilevanti del territorio), mentre invece il piano superiore è dedicato alla stanza della tessitura, alla camera da letto e agli scaffali per il formaggio. Si tratta di un ambiente rustico ed essenziale, testimone di una vita semplice e, allo stesso tempo, non priva di soddisfazioni.
 

 
Parlando di formaggio: ruolo centrale nell’economia della Valgerola avevano e hanno tuttora gli alpeggi, disposti ad arco dalla frazione di Case di Sopra fino alla Val Bomino. Durante le vostre gite rimarrete sicuramente affascinati dagli alpeggi valgerolesi (sia da quelli in uso che da quelli abbandonati), ma anche dalle baite e dai cosiddetti “calècc” (da ““, casa, e “lecc“, letto): si tratta di costruzioni utilizzate tuttora dai pastori per lavorare il latte, ancora tiepido, subito dopo la mungitura.
 

Religione

Aspetto fondamentale della cultura valgerolese è sicuramente la religione: lo testimoniano le numerose chiesette del territorio, disseminate per tutti i borghi e i paesini della valle. Di particolare pregio è la chiesa parrocchiale di San Bartolomeo, a Gerola Alta, subito riconoscibile per il campanile e l’elegante facciata barocca: sia la chiesa che il vicino Oratorio dei Confratelli, risalente al XVII secolo, sono arricchiti da preziosi dipinti che raffigurano santi.

Invece, per quanto riguarda il culto dei morti, un tempo vigeva una tradizione molto particolare, che testimonia quanto fosse importante per i valgerolesi essere sepolti nel proprio paese di provenienza: si tratta del soprannominato “sentiero dei morti”, una strada che, attraverso la bocchetta di Trona, univa Gerola a Cortenova (attualmente in provincia di Lecco).
In passato erano numerosi i cortenovesi che si spostavano a Gerola per i pascoli e, quando il membro di una delle famiglie più illustri moriva, la sua salma veniva trasportata da Gerola a Cortenova, lungo un percorso che poteva durare anche sette ore di cammino. Ogni tanto i portatori della bara si fermavano per riposare ai lati del sentiero, in prossimità di rientri che venivano chiamati “posamort“. D’inverno, però, questa strada risultava impraticabile e, in attesa della bella stagione, il corpo del defunto veniva racchiuso in un blocco di neve compressa. È difficile al giorno d’oggi riconoscersi in una simile dedizione, considerando che per percorrere il “sentiero dei morti” era necessario risalire fino a 2200 metri!
 

 
Un’altra usanza andata perduta, in questo caso un po’ macabra, riguarda la conservazione dei teschi nei cimiteri. Ancora oggi, all’interno di alcune cappelle dedicate ai parrochi, potreste imbattervi in una fila ben ordinata di teschi: una consuetudine che oggi potrebbe sembrarci di poco gusto, ma che ai tempi esprimeva rispetto nei confronti della figura religiosa.
 

Cucina e piatti tipici

Passiamo ad un argomento decisamente più allegro: la cucina!
La Valgerola è ricchissima di prodotti tipici, in grado di soddisfare anche il palato più severo. Sicuramente, però, a spiccare tra tutti è il bitto, il re dei formaggi.
 

 
Il formaggio bitto è senza ombra di dubbio uno dei prodotti caseari più famosi della Valtellina, tanto da essergli dedicata una sagra (la terza domenica di settembre) e una mostra che, ogni anno, viene organizzata a Morbegno. La sua fama è ben meritata: ottenuto dal latte intero di mucca (al quale va aggiunto anche quello di capra), il bitto è il risultato della passione e devozione di pochi “eletti” che dedicano la loro vita alla produzione di questo formaggio d’eccellenza.

Ma qual è il segreto del bitto? O meglio, i suoi segreti?
 

 
Per ottenere il vero bitto originale (che dal settembre 2016 non si chiama più “Bitto Storico” ma “Storico Ribelle“), tutto inizia dal bestiame e dalla sua alimentazione: questo è formato da mucche di razza bruna alpina e da capre orobiche (una razza tipica della Valgerola) che rimangono a pascolare da giugno fino a settembre. Gli animali si cibano del pascolo alpino, particolarmente florido grazie al clima e alle precipitazioni della zona, e senza l’aggiunta di mangimi che possano alterare le proprietà nutrizionali del latte. Sia le mucche che le capre vengono munte due volte al giorno, ad orari precisi: alle 06:00 e alle 16:00. Inoltre il latte viene lavorato subito in loco, all’interno dei calècc, per evitare che subisca anche la benché minima alterazione a causa del trasporto.
 
 
La dedizione dei produttori del bitto originale, però, non si ferma qui: infatti nel corso della lavorazione vengono utilizzate solamente attrezzature costruite in legno, materiale che conferisce al latte numerosi benefici mentre viene trattato.

Per completare l’opera, il formaggio viene lasciato maturare per ben 70 giorni all’interno delle casère di stagionatura, ottenendo poi forme di un bel giallo che vanno dai 15 ai 25 kg.
Sono numerosi i lombardi, gli italiani, ma anche gli stranieri (da ogni parte del mondo) che si spingono fino in Valgerola per gustare il bitto originale e, magari, comprarsi come souvenir una bella forma piena: di sicuro non c’è ricordo più gustoso! Non a caso il bitto viene utilizzato anche per cucinare i pizzoccheri e la polenta taragna (al posto del classico casera).

Inoltre, a partire dalla lavorazione stessa del bitto, si ottiene un altro prodotto tipico valgerolese: la mascherpa, una ricotta grassa, dal sapore particolarmente deciso, che nasce proprio dal siero che si forma durante il trattamento del bitto. Insomma, la Valgerola è il paradiso di chi adora i latticini: un vero e proprio regno del formaggio!

Il bitto è anche legato ad una tradizione che, a Gerola, dura da ben cinquecento anni: si tratta del lascito Bedolino, grazie al quale ancora oggi i gerolesi, ogni 2 novembre, ricevono una razione di pane e formaggio bitto. Questa usanza risale al lontanissimo 1545, quando uno dei signorotti della valle, tal Pietro de’ Mazzi (detto “Bedolino”), dopo essere fuggito a Verona a causa di problemi con la giustizia, lasciò in testamento al comune di Gerola metà del provento del monte di Trona. Questo provento viene annualmente convertito in pane e formaggio, ma anche in sale, che invece viene distribuito l’11 novembre… E i gerolesi, a distanza di secoli, lo sanno bene: non c’è niente di meglio di una fetta di bitto!
 

 
Un discorso a parte, invece, merita la lavorazione del maiale (la cosiddetta “faa so’l ciun“), una vera e propria usanza che, un tempo, coinvolgeva il paese intero: le donne si occupavano di lavare le interiora del suino, gli uomini tagliavano e lavoravano la carne, mentre invece i bambini contribuivano con piccole mansioni. Alla fine del procedimento, del maiale non rimaneva più nulla e persino le ossa e il cervello non venivano buttati via: le prime, infatti, si bollivano e si mangiavano con la polenta, mentre invece il cervello veniva cucinato ai bambini e ai malati per le sue proprietà nutritive. Si tralasciavano solo le unghie, mentre invece dalle setole venivano ricavati dei pennelli.
 

Costumi tradizionali

Ma, come per ogni cultura, la tradizione si riflette non solamente nella religione e nel cibo, ma anche nei costumi. I vestiti tradizionali gerolesi, infatti, sono dotati di peculiarità proprie, anche se in passato subirono l’influenza della moda di Morbegno: tutto inizia con la filatura e la tessitura della lana e della canapa, svolta in casa dalle donne valgerolesi.
 

 
Nello specifico, il costume femminile da festa viene definito a Gerolaurlèt“: il nome deriva proprio dall’orlo del vestito, di un colore diverso rispetto a quello della gonna. Il vestito è un pezzo unico formato da corpetto, sottana e balza cuciti insieme, ed è accompagnato da una camicia bianca (da indossare sotto), un grembiule colorato e un foulard scuro, legato sulle spalle. A completare il tutto sono le calzature: possono essere zoccoli dalla punta arrotondata o un paio di pantofole in velluto nero, chiamate “pedui“.

Elegante è anche il costume maschile da festa, costituito da una giacca a doppio petto, corta alla vita sul davanti e più lunga dietro, decorata con bottoni dorati e accompagnata da una fascia rossa frangiata, legata sul fianco.
 

Leggende

Sicuramente uno degli aspetti più interessanti della cultura valgerolese risiede nelle sue leggende, nelle sue storie, nelle sue superstizioni: alcune sono comuni a tutta la Valtellina e alla provincia di Sondrio, altre assomigliano ai classici racconti di montagna e altre ancora, invece, potevano diffondersi solo in questa valle. Alcune storie vi metteranno curiosità, altre vi faranno un po’ paura, altre (se siete scettici) vi faranno scuotere la testa… Ma è sufficiente guardarsi intorno per credere, anche solo per un istante, che quelle storie possano avere un fondo di verità; che quel sentiero, un tempo, fosse infestato dalle streghe; che quel lago fosse dimora del diavolo, e forse lo è ancora; che quell’ombra, vista con la coda dell’occhio, potrebbe anche non essere stata una semplice lepre…

Raccoglieremo per voi, una ad una, le più curiose leggende della Valgerola… continuate a seguirci nella sezione BLOG!

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